L’arte invisibile della cucitura, Dna di ogni vestito.

PUBBLICATO 01/04/2019
PAROLE DI Massimo Piombo

Non importa il tipo di cuciture: l'atto stesso del cucire, che è da sempre il cuore e l'ossatura della sartoria.

Vorrei fare un elogio delle cuciture. Non importa il tipo di cuciture: l’atto stesso del cucire, che è da sempre il cuore e l’ossatura della sartoria, così come il disegno lo è per la pittura, ha un che di rituale, di ancestrale. Quando io vedo, anzi quando sento la cucitura, seppure invisibile, nascosta, perfettamente mimetizzata nella rete del tessuto, vuoi su una giacca, su un pullover, su una camicia; ebbene, io sento come un’aria antica solleticarmi sotto la pelle, un ancestrale richiamo a un tempo remoto in cui l’atto stesso del cucire aveva un che di rituale, di magico, di religioso. Non è un caso che un grande artista come lo scultore pop Claes Oldenburg abbia anni fa regalato a Milano uno dei suoi più curiosi e bei monumenti, l’Ago e il filo, ispirato proprio al cucire, omaggio alla città che ha fatto nascere ed espandere la moda italiana nel mondo.

Così come un’altra artista straordinaria, Maria Lai, ha fatto del cucire l’atto fondante di una grande parte, se non dell’intero suo lavoro. Il cucire è un atto che richiede pazienza, cura, attenzione: tre caratteristiche che, non a caso, sono spesso associate al carattere femminile, benché non siano infrequenti anche negli uomini. Il cucire è meticolosità, intuito, ascolto: si ascolta il tessuto, se ne sonda la trama, la forma, si immagina l’aura, già presente in nuce nell’abito nel momento della sua creazione, di chi lo indosserà in un futuro. Il cucire tiene insieme, lega, crea relazioni complesse: è inclusivo, non esclusivo. Cucire è un mantra, un atto di meditazione, di autoanalisi e di analisi delle proprie relazioni col mondo. Voglio un abito con una cucitura evidente: forse, chissà, voglio far sapere al mondo che non temo le mie fragilità. Voglio cuciture invisibili: forse ho un desiderio sotterraneo di tenere tutto sotto controllo. Ne voglio di robuste: un atto di volontà, che implica il disegno di crearsi una strada sicura, o binari fermi e solidi su cui proseguire il cammino.

Cucire è una metafora del proprio stare al mondo. Anche dal punto di vista linguistico, il verbo cucire ha, se usato in termini metaforici, significati eclusivamente positivi: i suoi sinonimi sono imbastire, collegare, congiungere, connettere, unire. Quando avviene un problema tra due persone, invece, si dice che si può ricucire il rapporto, esattamente come si rimedia a uno strappo su un abito. Prestare attenzione alle cuciture può anche voler dire, sempre in termini simbolici, guadare al dettaglio, non fermarsi alle apparenze. E vuole anche dire fermarsi un momento a riflettere su quanto lavoro, quanta dedizione ci sia dietro gli oggetti che amiamo. Dietro un quadro, c’è un artista che lo ha dipinto: la sua genialità, la sua tecnica, il suo amore per ciò che sta creando. Così in un’architettura, un palazzo, un oggetto di design. E così dietro un abito. Dietro ogni abito che sia stato fatto con amore e con dedizione, c’è non solo tecnica, background e consapevolezza del mestiere, ma un lavoro corale, che si traduce in tutti i passaggi tecnici che porteranno poi al risultato finale. Chi indossa quel capo non deve necessariamente conoscere quale sia il processo che lo ha portato fino a lui, ma deve sentire l’amore che si cela dietro la sua lavorazione. E nella lavorazione, la cucitura ha una suo ruolo sottile, segreto, iniziatico, di struttura sottile che tiene legato a sé il tutto. Dietro ogni cucitura è rappresentato il Dna dell’abito, come una cifra segreta e semi-invisibile che, con la sua forza nascosta, tiene legata a sé la struttura stessa di ogni capo che indossiamo.

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