Duomo o Cupolone? La città è solo uno stato mentale

PUBBLICATO 24/02/2019
PAROLE DI Massimo Piombo

Milano, hai rotto! Titolo rosso, grande pagina bianca, alcuni giorni fa questo leggevo su uno dei tanti quotidiani che ogni mattina allietano i miei risvegli.

Milano hai rotto? Beh, un titolo del genere non poteva non interessarmi, essendo Milano una delle città dove passo più tempo e dove mi piace osservare per strada gli usi e i costumi dei milanesi di nascita e di tutti quelli che e sono la maggioranza- milanesi lo sono diventati di diritto.

Il sottotitolo dell’articolo, poi, accresceva la dose; parlava di una «finta» città modello, organizzata e addirittura «incravattata» (questo aggettivo poi dovrebbe farmi felice, considerando la passione che nutro per le cravatte e non solo per quelle da me ideate). Mi incuriosiva, il testo, soprattutto nel passaggio in cui scoprendo definitivamente le carte – l’articolista scriveva di «retorica ormai affaticante», se non desueta, quella di una Milano diversa e imbattibile. Andando avanti. L’attacco mi sembrava sempre più spietato anche se, prima dell’articolo vero e proprio, nel sottotitolo si leggeva con chiarezza la parola provocazione e allora forse tutto iniziava a risultare più chiaro: chi scriveva voleva in qualche modo riaccendere la vecchia querelle Roma/Milano: le due capitali, i due stili. I due modi di pensare. La politica da una parte, il lavoro dall’altra: insomma, questa sì, retorica classica. Tutto qui. Però, arrivato a quel punto, la mia testa si era definitivamente sintonizzata sulle due città e sulla percezione del mio sentimento quando a Roma, quando a Milano. Ho iniziato a ri-vedere ciò che vedo per strada in una e nell’altra città, su come si vestono, parlano, osservano le persone che sono a Milano e quelle che, invece, vivono e attraversano Roma.

E mi rendevo conto, via via, che forse davvero alla retorica bisognava affidarsi per arrivare al nocciolo del problema e per restituire intatta l’immagine precisa che tutti abbiamo di Roma e di Milano. D’altronde, a parte la Spagna, che trova persino in un dualismo etnico la ragione di scontro tra Madrid e Barcellona chi altro, in Europa, può vantare due città così in antitesi e così simbiotiche e allo stesso tempo importanti in un’unica nazione?

Io penso che anche le città, come la vita, siano uno stato mentale. In fondo, se oggi tutti asseriscono che a Milano si sta bene e che Milano è una città meravigliosa – per viverci e soprattutto lavorarci – questo avviene perché la maggioranza degli abitanti lo pensa, così come a Roma la maggioranza degli abitanti, pur con i dovuti inchini alla bellezza millenaria della Capitale, pensa di essere in un luogo poco votato alla felicità stabile.
Dunque, come sempre accade, è alla maggioranza che spetta decidere se un luogo è più vivibile di un altro; è la maggioranza che crea il benchmark, il riferimento, ed è la maggioranza che decreta lo status. E oggi, al di là di qualsiasi provocazione, chi vive a Milano è convinto di stare in uno dei luoghi migliori d’Europa. Sarà vero? Sarà finto? È, semplicemente, questo il punto di vista di chi vive a Milano. E, di contrasto, chi vive nella Capitale non può fare a meno di pensare che i margini di miglioramento della vita siano ampissimi.

In verità mi sono spesso detto che potrebbe essere bello passare i giorni feriali a Milano e il week end a Roma (in fondo i milanesi tendono già a fuggire durante i week end) ma ciò impedirebbe di capire esattamente i contorni del problema vivendo le due parti migliori di ciascuna città e mai le giornate no.

Diciamo, per concludere, che una certa frenesia – che molti chiamano «milanese» – evidentemente impedisce a chi vive questa città di lanciarsi in elucubrazioni sulla vita che potrebbero risultare dannose a livello dei singoli e dunque è questo moto perpetuo a rendere Milano una città poco speculativa e filosofica per la felice e cronica mancanza di tempo. E non speculare fa sì che si rimanga in superficie (non parliamo di ignoranza ovviamente, ma di essere «qui e ora») mentre, di contrasto, a Roma la quantità di tempo a disposizione lascia varchi allo spleen e all’autocommiserazione.
Come sempre è il modo in cui si gestisce il proprio tempo che rende la vita e i luoghi di appartenenza migliori o peggiori. Le città, in fondo, sono grandi famiglie e, per citare la letteratura, tutte le città felici si assomigliano fra loro ma ogni città infelice è infelice a suo modo.

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